L'antico mestiere del "Quartararo"

L'antica arte del "quartararu" (“il lavoratore di argilla”) ormai è andata perduta. Egli si occupava infatti di fabbricare mattoni, tegole, “quartari” e molto altro ancora.

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Si trattava di un lavoro che la mattina iniziava molto presto, all’alba. La creta o argilla veniva impastata insieme a acqua, sale e sabbia e poi ci si metteva al lavoro per realizzare gli oggetti che venivano richiesti. Gli oggetti messi a punto con l’impiego dell’argilla venivano lasciati per alcuni giorni ad essiccare al sole e poi venivano messi nella fornace per essere cotti. La cottura durava una notte intera.nonno02

La quartara, il manufatto che veniva prodotto in maggiore quantità dal "quartararu". è un recipiente in terracotta, dalle antiche origini contadine, di medie dimensioni e fornito di due grossi manici nella parte superiore; molto simile ad una giara è stato per millenni utilizzato in Sicilia per trasportare e conservare acqua o vino. Una versione più piccola ma di forma simile veniva usata per tenere e rinfrescare l'acqua da bere; veniva chiamata u bummulu. Le quartare vengono oggi acquistate a scopo decorativo dell'arredamento di rustici e ville di campagna.nonno04

Con il passare del tempo alle quartare di terracotta si sono affiancate quelle in lamiera, più leggere e maneggevoli, ma, essendo meno indicate per l'uso con l'acqua, venivano invece spesso usate per l'olio. L'esterno della quartara è spesso tipicamente decorato, ma quelle per l'uso giornaliero venivano lasciate senza decorazione.

 
Nelle foto l'ultimo dei maestri "quartarari" di Siracusa,
Domenico Nicastro detto "Don Minicu".

“Sarausa” (Siracusa), l’isola di Ortigia!

Non è insolito sentire, in città, un settantenne/ottantenne chiamare “Sarausa” (Siracusa) l’isola di Ortigia! “Rumani ni viremu a Sarausa!” (Domani ci vediamo a Siracusa)!

SiracusaMa perché?
Perché fino a circa 60 anni fa, Siracusa era limitata all’ isola di Ortigia.
Quando iniziarono a sorgere gli altri quartieri, oltre il ponte Umbertino, questi non venivano ancora considerati come parti nuove della città ma come zone di campagna. D’altra parte, inizialmente, i nuovi quartieri non erano forniti di botteghe, banche, mercati, negozi di ogni genere e dunque era ad Ortigia che bisognava ritornare per spese e quant’altro.

Da questa realtà l’abitudine di considerare Siracusa solo l’isolotto! Adesso la città è molto più grande, è composta da sette quartieri e nuovi ne stanno sorgendo…eppure qualche anziano imperterrito e serafico si ostina a chiamare Ortigia, “Sarausa”!

Belvedere San Giacomo “facci rispirata”

Sul lungomare di Ortigia si apre uno slargo denominato “Belvedere S. Giacomo” da cui si gode un magnifico panorama del mare.

san giacomoUn tempo questo slargo veniva chiamato “facci rispirata” (faccia disperata) in riferimento ai visi preoccupati delle mogli dei pescatori che da qui,nei giorni di burrasca, attendevano ansiose il ritorno dei loro mariti.

L'orologio della chiesa dell'Immacolata

Una battuta tipicamente siracusana, che viene spesso usata per rimproverare la poca puntualità di una persona, fa riferimento all’orologio dell’antica chiesa dell’Immacolata che mai ha funzionato.

Al ritardatario di turno, pertanto, si dice con sarcasmo:”Tu sì precisu comu u ralogiu ra ‘Mmaculata!”. immacolata

Chiesa dell'ImmacolataLa chiesa dell'Immacolata si trova in Ortigia, in via Maestranza.

La casa cu n’occhio, il carcere borbonico in Ortigia

L’antico carcere cittadino, sito nell’isola di Ortigia e risalente al periodo borbonico, viene comunemente chiamato “casa cu n’occhio” perché sopra l’arco del portone d’ingresso è scolpito un occhio.

carcere borbonicoL’occhio, simbolicamente, rappresenta la giustizia che osserva e giudica le azioni dell’uomo.

Il carcere è stato utilizzato fino a qualche decennio fa, adesso è in disuso in attesa di essere restaurato e destinato probabilmente a finalità culturali.

“A casa cu n’occhiu” è situato nei pressi del mercato rionale dove è tipico e caratteristico che i venditori attirino i clienti urlando a gran voce la bontà dei loro prodotti oppure eccezionali sconti o offerte speciali; questo modo di procacciare la clientela, in siciliano, si dice “banniata”.
Capitava di frequente che un familiare “comunicasse” con il parente detenuto utilizzando la “banniata” e confondersi così con le “banniate” del mercato!

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